giovedì 11 ottobre 2012

Francesco Sandokan Schiavone deve pentirsi? dite la vostra

Quella di Francesco Sandokan Schiavone è una storia che tutti conosciamo, se ne è fatto un gran parlare negli ultimi anni, specialmente a seguito del successo del libro di Saviano, Gomorra. Attualmente Sandokan è in carcere, sconta un'ergastolo, sottoposto al regime del 41bis, regime che tutte le persone di buon senso definiscono "contrario" ai più elementari diritti umani. C'è chi afferma che sia ancora il capo indiscusso dell'organizzazione criminale da lui portata ai massimi livelli, il clan dei casalesi, riuscendo in un modo o nell'altro a dettare legge sugli affiliati. C'è chi invece afferma che non conti più a niente e stia chiuso nel suo silenzio solo per una questione d'onore.
Quello che vi chiediamo è di dire la vostra su un eventuale pentimento ed una relativa collaborazione con la giustizia dello stato italiano, Francesco Schiavone, detto Sandokan, deve pentirsi? Votate il sondaggio posto qui a fianco ----------------------------------------->

domenica 1 luglio 2012

Francesco Schiavone detto Sandokan

Francesco Schiavone al momento dell'arresto nel 98
Francesco Schiavone (Casal di Principe, 6 marzo 1953) è un criminale italiano. Boss assoluto del clan camorristico dei Casalesi.
Soprannominato Sandokan per una leggera somiglianza fisica con l'attore Kabir Bedi, è diventato famoso per le lotte di potere avvenute nella sua cittadina natale soprattutto negli anni settanta e ottanta. Entra quindi di diritto nella storia del clan dei Casalesi, divenendone il boss assoluto.Biografia

Arrestato prima nel 1990 e poi l'11 luglio 1998 in un bunker del suo paese natale, è stato condannato all'ergastolo per associazione di tipo mafioso. Attualmente, per i reati di camorra da lui commessi, è sottoposto al regime carcerario speciale previsto dall'art. 41 bis della legge sull'ordinamento penitenziario.

In casa di Schiavone, all'atto dell'arresto, furono rinvenuti dipinti di sua realizzazione e moltissimi libri, fra cui diverse opere su Napoleone Bonaparte.

Il 16 giugno 2008, durante le fasi finali del processo Spartacus che si svolgeva presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Schiavone compare in videoconferenza dal carcere de L'Aquila dove era detenuto, dichiarando di non voler comparire in video e di non essere considerato come una fiera in gabbia.

Il 19 giugno 2008, con la conclusione del processo, viene condannato definitivamente alla pena dell'ergastolo, insieme ad altri componenti del clan dei Casalesi. All'udienza finale, in aula era presente anche lo scrittore Roberto Saviano.



Successivamente alla condanna, il 28 giugno 2008, viene trasferito nel carcere di Opera, dove rimane sotto il regime del 41 bis, ossia il carcere duro. Nonostante il duro regime carcerario, nel gennaio 2010 Schiavone riuscì a incontrare il boss di Cosa nostra Giuseppe Graviano durante l'ora d'aria, creando grande allarme tra i magistrati napoletani.

Francesco Shiavone oggi

Familiari


Il 30 settembre 2008, durante una maxioperazione contro il clan dei Casalesi, viene arrestata anche sua moglie, Giuseppina Nappa, successivamente rilasciata.

Il 15 giugno 2010 viene arrestato il figlio Nicola, considerato reggente del gruppo precedentemente retto dal padre. L'arresto è avvenuto in una villetta bunker a Casal di Principe dagli agenti della Squadra Mobile di Caserta

sabato 30 giugno 2012

Antonio Bardellino


Originario di San Cipriano d'Aversa, è stato tra i primi affiliati campani a Cosa Nostra. Mentre i fratelli Zaza e Nuvoletta erano legati ai Corleonesi, Bardellino faceva riferimento a Rosario Riccobono, Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Tommaso Buscetta, tutti esponenti delle famiglie palermitane caduti sotto i colpi dei Corleonesi o costretti a fuggire.

Viene ritenuto il fondatore del clan dei Casalesi, boss temuto e rispettato (una delle poche figure criminali a non avere un soprannome) intorno al quale per quasi un decennio si mosse unita una federazione di famiglie (Schiavone, Bidognetti, Zagaria, Iovine, Venosa) radicata in un territorio che andava dal Basso Lazio passando per l'agro aversano fino ad arrivare nel napoletano.

Ciò che spinge a ritenere Antonio Bardellino l'iniziatore delle vicende del sodalizio camorristico di Casal di Principe San Cipriano d'Aversa è la trasformazione da lui attuata al modo di agire del clan. I rituali di affiliazione rimasero, come pure gli omicidi, ma il salto di qualità fu rappresentato dalla continua infiltrazione nell'economia legale dei capitali provenienti dai traffici illeciti. Il riciclaggio del denaro è favorito dalla straordinarietà degli eventi, come il terremoto dell'Irpinia e la successiva ricostruzione (affare che spinse le famiglie a creare sia i consorzi per la produzione del calcestruzzo che le ditte esecutrici dei lavori di movimento terra, case e strade), e la grande capacità imprenditoriale di Bardellino stesso che era titolare insieme ad altri affiliati al clan di una ditta di import/export di farina di pesce, che in realtà nascondeva un colossale traffico di cocaina dal Sud America all'Italia gestito da Alberto Beneduce, suo fidato consigliere negli affari di droga.

Antonio Bardellino è stato uno degli esponenti principali del cartello denominato Nuova Famiglia, che si oppose e che annientò lo strapotere della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

Dopo quella guerra che produsse centinaia di vittime, i contrasti sorsero all'interno della Nuova Famiglia, tra Bardellino e i Nuvoletta. In Campania si ripropose lo scenario della seconda guerra di mafia combattuta in Sicilia tra i Corleonesi di Totò Riina e le famiglie Inzerrillo, Buscetta, Badalamenti, Bontate. Antonio Bardellino aveva avuto ordine dai Nuvoletta su mandato di Riina di uccidere Buscetta, circostanza che non portò a termine in quanto era molto amico del boss siciliano (condividevano lo stesso villino in Brasile durante la latitanza) e non accettava, oltre a non fidarsi, la supremazia dei fratelli Nuvoletta con l'interferenza dei siciliani. Questo atteggiamento gli valse la condanna a morte; infatti nei suoi ultimi anni di vita, dopo la scarcerazione "facile" in Spagna, altro episodio che lo rese famoso ed imprendibile, passava più tempo all'estero (Brasile, Santo Domingo) che in Italia.

Anche lo scontro con i Nuvoletta si risolse a suo favore; si rese protagonista dell'attacco alla masseria di famiglia dei Nuvoletta a Marano, nel quale rimase ucciso uno dei fratelli. Mentre era all'estero condivise il progetto di "invadere" Torre Annunziata, città nevralgica per i suoi affari illeciti, che si esplicò nella strage al Circolo dei Pescatori di molti affiliati del clan Gionta, alleato dei Nuvoletta.

Questa ulteriore vittoria permise ad Antonio Bardellino di estendere il suo dominio alla quasi totalità della provincia di Caserta e quella di Napoli.

Il boss, latitante ricercato dall'Interpol, riusciva ad esercitare la sua forza criminale verso l'esterno senza ostacoli; ma la sua condanna arrivò da dissidi interni al gruppo d'origine, i capi degli altri clan non accettarono più il suo strapotere, e i trattamenti di favore riservati ai suoi parenti, e per eliminarlo utilizzarono Mario Iovine, il cui fratello venne ucciso su ordine di Bardellino.


Antonio Bardellino, secondo le versioni ufficiali, sarebbe stato ammazzato nel 1988 in Brasile nel suo villino a Buzios, località alla periferia di Rio de Janeiro. Probabilmente Iovine usò per l'omicidio un martello da muratore. In molti usano il condizionale perché il corpo di Bardellino non venne mai trovato, e l'assassino, Mario Iovine, sarebbe stato a sua volta assassinato in Portogallo nel 1991. Diversi collaboratori di giustizia parlarono della morte di Bardellino. Tutti affermarono di averne conosciute le circostanze direttamente da Mario Iovine, o da persone a lui vicine. Non esiste al giorno d'oggi una versione coincindente con l'altra. Siffatte circostanze hanno alimentato, e tuttora alimentano la leggenda di una morte fasulla, una messinscena creata ad arte per permettere a Bardellino di lasciare il potere nelle mani delle altre cosche malavitose, in cambio della sopravvivenza dei suoi familiari. Questi, dopo la diffusione della notizia della morte del loro congiunto, lasciarono le loro abitazioni, e i propri paesi d'origine, per rifugiarsi a Formia, dove tuttora risiedono.


Non scampò alla morte però il nipote prediletto di Bardellino, Paride Salzillo, colui che gestiva sul territorio, per conto dello zio, gli affari malavitosi. Ricevuta la telefonata dal Brasile dell'avvenuta morte del capo, Francesco Schiavone invitò Salzillo a un incontro con tutti i maggiori elementi di spicco dell'organizzazione. Questi ultimi, non appena il giovane si presentò, disarmarono il ragazzo, lo informarono della morte dello zio e gli preannunciarono la sua imminente fine; Salzillo, impietrito, venne fatto sedere e fu strozzato con una corda. Anche il suo cadavere non venne mai ritrovato, probabilmente fu gettato in un canale poi cementificato.

L'insediamento nel basso Lazio

L'ex Seven Up di Formia
La zona sud della Provincia di Latina anticamente era parte integrante della Terra di Lavoro, quindi per le comuni origini e affinità culturali città come Fondi, Formia, Gaeta, Minturno, Castelforte e Santi Cosma e Damiano sono sempre state luoghi a tradizionale insediamento camorristico delle cosche della vicina provincia di Caserta. Ciò è in particolar modo avvenuto tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 per svariati motivi. La bellezza delle località turistiche suggeriva ai boss il luogo dove trascorrere le vacanze; trasferirvi i propri familiari lontano dai paesi d'origine soprattutto nei periodi "caldi"; le misure restrittive, come il soggiorno obbligato, applicate nei confronti di affiliati ai clan, non solo campani hanno agevolato l'infiltrazione. L'integrazione di questi diversi fattori ha portato alla constatazione che nel territorio del Sud Pontino in quel periodo erano presenti ed operavano le figure criminali di:

- Antonio Bardellino ed Ernesto Bardellino, membri della famiglia a capo del clan che sarà egemonizzato dai Casalesi alla fine degli anni '80.

- Alberto Beneduce e Benito Beneduce, capizona di Baia Domizia e Sud Pontino, affiliati storici prima dei Bardellino e poi dei Casalesi, con attività prevalentemente nelle città di Minturno, Formia e Gaeta

- Aldo Ferrucci, originario di Sessa Aurunca, insospettabile imprenditore attualmente collaboratore di giustizia, che fungeva da prestanome di Bardellino.

- Franco Sorvillo, originario di Mondragone, con svariati interessi nell'edilizia e nel commercio a Minturno, Formia e Gaeta.

- Gennaro De Angelis, originario di Casal di Principe, organico del clan Bardellino e poi dei Casalesi, capo - regime di Cassino. [Interrogatorio di Schiavone Carmine del 28 maggio 1993, pag.20]


Tanta rappresentanza mafiosa era favorita dalla compiacenza della politica locale sulla quale ancora oggi grava più di un sospetto in considerazione dei lavori della Commissione d'Accesso a Fondi e sulla richiesta di scioglimento del suo consiglio comunale avanzata dal Prefetto di Latina.

Antonio Bardellino limitò la sua attività a sporadiche apparizioni in quanto era già all'epoca latitante, inseguito da diversi ordini di cattura per estorsione, omicidio e strage. Noto è il summit nel quale il capoclan a Formia, alla presenza di Pasquale Galasso, Giacomo Cavalcanti ed Enzo Moccia, stabilì l'attacco alla masseria dei Nuvoletta a Poggio Vallesana. Il fratello Ernesto rappresentava il braccio operativo che sul territorio concretizzava il rinvestimento dei capitali di provenienza illecita. Infatti, nel 1979 a Formia veniva registrata la Immobiliare Tirreno Sud, di cui erano soci lo stesso Ernesto Bardellino, i fratelli Alberto e Benito Beneduce e Giuseppe Natale. Questa azienda realizzò nella zona di Vindicio, in Via Unità d'Italia, una maxi lottizzazione (SOLEMAR). Altro settore per il riciclaggio del denaro sporco era quello dei locali notturni, e ciò fu accertato già nel 1982 nell'ambito del procedimento penale riguardante il fallimento della società Maurice, proprietaria della discoteca Seven Up, titolare della quale risultava Aldo Ferrucci. Quest'ultimo aveva ottenuto dalla Banca Popolare del Golfo prestiti consistenti, senza però fornire alcuna garanzia. La facilità con cui Ferrucci ottenne liquidità spostò l'attenzione degli inquirenti sui massimi vertici dell'istituto di credito locale che, al termine degli accertamenti investigativi giudiziari, risultò pesantemente infiltrato dalla criminalità organizzata. In sostanza, la banca andò in rovina in quanto aveva "prestato", tra il 1980 e il 1981, 5 miliardi di vecchie lire alla Maurice che, essendo una società espressione dell'economia camorrista, fallì. Lo stabile della discoteca, tra le più famose all'epoca in Italia, finì sotto sequestro nel 1985 nell'ambito dell'inchiesta della Magistratura napoletana sui beni riconducibili ad Antonio Bardellino. Un anno prima, il suo direttore, sempre Aldo Ferrucci, venne arrestato dalla Criminalpol di Napoli con l'accusa di far parte del clan Bardellino. Prima dell'altro arresto scaturito da un'inchiesta sul clan Moccia, al quale Ferrucci era anche legato, il locale nel 1986 rimase semidistrutto da un'esplosione (provocata dalla combustione di fuochi artificiali) seguita da un incendio che ne compromise seriamente la struttura; due ragazzi morirono carbonizzati, oltre quaranta i feriti sui cento ragazzi presenti quella sera. La sciagura comportò la fine della discoteca Seven Up, che non riaprì mai più. Le indagini, i sequestri e gli arresti susseguitisi negli anni dimostrarono il legame tra la discoteca e la malavita; prova tangibile di tale relazione arrivò nel 1989 quando la Criminalpol di Napoli venne a cercare il corpo dell'ormai defunto Antonio Bardellino nel giardino dello stabile.

Considerazioni

Nel giugno 2008 un articolo de la Repubblica, scritto da Giuseppe D'Avanzo, riportava la tesi secondo la quale l'assassinio di Bardellino venne eseguito da uomini dei Corleonesi. Tale notizia è completamente falsa, priva di ogni fondamento e riscontro, e ignora le dichiarazioni della totalità assoluta dei collaboratori di giustizia. Se Bardellino morì, morì per mano di Mario Iovine, co-fondatore del clan dei casalesi e sempre originario di San Cipriano d'Aversa, a titolo di vendetta per l'assassinio di suo fratello Domenico Iovine, stante, almeno, a quanto riportato fra le pagine dei verbali degli interrogatori. A riscontro di ciò, vi sono le dichiarazioni di Giovanni Brusca e di suo fratello Enzo. Secondo i fratelli Brusca, Riina desiderava ardentemente l'eliminazione di Bardellino, e in virtù di ciò, ordinò ai Nuvoletta di ammazzarlo. Quando costoro gli palesarono la volontà di stringere una pace col boss di San Cipriano (maturata dopo lo scotto terribile determinato dalla "strage di Torre Annunziata"), i rapporti fra Riina e i Nuvoletta, fino ad allora sempre idilliaci (Riina soleva spesso trascorrere la propria latitanza all'interno della tenuta dei Nuvoletta), si raffreddarono. Le due famiglie infatti, come segno di reciproco affetto, si scambiavano ogni anno numerose cassette di prodotti locali, scambi che cessarono dopo il mancato assassinio di Antonio Bardellino.

Hanno detto di lui

« Dopo un summit è uscito da un palazzo circondato da otto guardaspalle ed è fuggito a bordo di una 127 blindata. Sono onori che non vanno dati a chiunque »
(Luigi Gay, Pubblico Ministero nel 1983 al processo contro la Nuova Famiglia, a proposito di un mancato arresto del boss a Castellammare di Stabia.)

« Antonio Bardellino, posso dirlo con la convinzione di non essere frainteso, è stato uno dei pochi se non l'unico boss "gentiluomo" esistente in Italia, non amava le carneficine, era l'ultimo padrino vecchio stampo »
(Vincenzo Scolastico, procuratore capo di Savona.)

« I rapporti con i casalesi erano strettissimi, eravamo due anime in un solo corpo e riponevamo, proprio nel Bardellino, un'ammirazione sconfinata, riconoscendogli un'indubbia posizione di supremazia davanti a tutti noi »
(Carmine Alfieri)

« Fino al 1981 i rapporti fra Carmine Alfieri e Lorenzo Nuvoletta erano di stretta alleanza, unitamente ad Antonio Bardellino, che io considero una delle figure più rappresentative della Camorra campana, un uomo di grande coraggio e rispettoso delle regole »
(Pasquale Galasso, braccio destro di Alfieri.)

« Era sottinteso che io avrei dovuto prendere consiglio, per eventuali decisioni importanti, o dai Nuvoletta o da Antonio Bardellino »
(Umberto Ammaturo.)

« Bardellino in quell'occasione mi disse: "È giunto il momento: ci andiamo a suicidare sopra casa dei Nuvoletta" »
(Pasquale Galasso)

« Dottore, non mortificate Bardellino, io non potevo dargli consigli, avrei solo espresso un parere, io non potevo dirgli proprio niente, davanti a lui mi toglievo tanto di cappello, era un grande campano »
(Carmine Alfieri.)

« È già scontato che Bardellino è morto? Non mi risulta, ma non credo che sia morto »
(Tommaso Buscetta)

Il Clan dei Casalesi

Casal di Principe
Il clan dei casalesi è un cartello camorristico della Provincia di Caserta che prende il nome dalla sua città d'origine, Casal di Principe. Ne fanno parte differenti clan. Le attività della cosca sono state segnalate in diverse regioni d'Italia (Lazio e Lombardia in testa), con una forte presenza riscontrata anche in alcuni stati europei (Spagna e Scozia).

Secondo una stima della DNA il fatturato risultante delle aziende controllate dal clan e dei traffici illeciti si aggirerebbe attorno ai 30 miliardi di euro.

Dal 1985 al 2004 sarebbero stati compiuti dal clan 646 omicidi.

La mafia casalese non è un clan qualunque di camorra o di mafia, ma una vera e propria organizzazione criminale, paragonabile a 'ndrangheta e mafia siciliana, che sta dimostrando talvolta di essere addirittura egemone su mafia calabrese e siciliana.


Storia 

Inizi 

Il Boss Antonio Bardellino
L'attività di questo clan si radica profondamente nella storia del territorio dell'agro aversano e ha inizio alla fine degli anni settanta attraverso la figura di Antonio Bardellino. Il boss ebbe l'iniziativa di creare il consorzio del cemento dove le varie imprese si sarebbero recate per acquistare il cemento ad un prezzo maggiorato evitando in questo modo ai vari membri del clan di spostarsi cantiere per cantiere a chiedere le estorsioni.

Già a partire dalla fine degli anni settanta, Bardellino intuì che il futuro dei traffici illegali sarebbe stato rappresentato dalla cocaina, capace di alimentare a lungo termine un affare molto più redditizio rispetto a quello dell'eroina. Per questo motivo, il capoclan, organizzando un'attività di import-export di farina di pesce, imbastì un'imponente traffico di cocaina che, partendo dall'America latina, arrivava nell'agro aversano passando attraverso Alberto Beneduce, uno dei vertici indiscussi del clan e fraterno amico di Michele Zagaria. Cionondimeno, il clan Bardellino contrabbandò anche l'eroina, le cui spedizioni, dirette alla famiglia Gambino di New York, erano nascoste all'interno dei filtri di caffè espresso. I collaboratori di giustizia hanno riferito che quando una di queste spedizioni venne intercettata dalle autorità antidroga, Bardellino telefonò a John Gotti affermando che il business non si sarebbe di certo fermato e che avrebbe mandato una quantità di stupefacente pari al doppio di quella sequestrata.

Il clan Bardellino fece parte della Nuova Famiglia, il cartello criminale che sconfisse Raffaele Cutolo.

Paride Salzillo, nipote
di Antonio Bardellino
Bardellino ottenne un potere enorme, dal casertano fino al basso Lazio, potere che molto frequentemente era gestito da suo nipote, il giovane Paride Salzillo. Bardellino spesso si allontanava dal territorio, si recava in Brasile e a Santo Domingo, dove aveva contatti con la politica locale, al punto che finanziò la campagna elettorale del Presidente della Repubblica Dominicana. Lo strapotere del boss infastidiva gli altri capi-clan che decisero di eliminarlo utilizzando un subdolo stratagemma: spinsero Bardellino a ordinare l'uccisione di Mimì Iovine, dopodiché indussero il fratello di Mimì, Mario Iovine, ad uccidere per vendetta Bardellino stesso. Secondo i collaboratori di giustizia, Mario Iovine si recò a casa di Bardellino in Brasile e qui lo uccise con un martello, non si può dire con certezza che le cose siano andate così perché il corpo non venne mai ritrovato. Pochi giorni dopo venne eliminato anche Paride Salzillo.

Tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta, il clan vive una grave crisi, scaturita dall'omicidio di Alberto Beneduce, operato dai clan satellite La Torre ed Esposito, a cui seguono gli omicidi di Vincenzo De Falco e di Mario Iovine, elementi di spicco del gruppo. La frattura determina un vortice di vendette e numerosissime morti, tanto che Casal di Principe, in quegli anni, ottenne il sinistro primato di area urbana col più alto tasso di omicidi d'Europa; ma "brillava" anche per l'altrettanto singolare record di 17 consiglieri comunali su 30 sotto inchiesta per collusioni con la camorra.


Schiavone, Bidognetti e il processo Spartacus

Francesco Schiavone detto Sandokan
È all'inizio degli anni novanta che il potere e il comando del clan finirà nelle mani di Francesco Schiavone, detto Sandokan e di Francesco Bidognetti detto Cicciotto' e mezzanotte; una specie di diarchia, anche se era Sandokan il principale boss dei casalesi. Al di sotto spiccavano le figure di Michele Zagaria e Antonio Iovine. In questi anni, precisamente nel 1994, i casalesi fecero una vittima molto illustre, don Giuseppe Diana, parroco di Casal di Principe, colpevole di aver criticato fortemente la camorra.


Francesco Bidognetti detto Cicciotto 'e Mezzanotte
Il dominio di Schiavone e Bidognetti venne interrotto con una maxi-operazione denominata "Spartacus" nata dalla collaborazione di alcuni pentiti. L'operazione portò all'arresto di Bidognetti nel 1993 e di Schiavone nel 1998. Nacque un maxi-processo (il Processo Spartacus), considerato, per importanza, alla pari se non superiore al Maxiprocesso di Palermo contro Cosa nostra ma passato sotto il silenzio dei media. Iniziato nel 1998, le sentenze di primo grado arrivarono nel 2005, quelle di appello nel 2008 e il terzo ed ultimo grado (la Cassazione) il 15 gennaio 2010. Il colpo per il clan fu molto duro, vennero condannati all'ergastolo Schiavone, Bidognetti e molti altri importanti esponenti latitanti come Zagaria e Mario Caterino.

Lo scrittore Roberto Saviano
Durante gli anni del processo un pentito rivelò che ci sarebbe stato un piano del clan per uccidere lo scrittore Roberto Saviano entro il 25 dicembre del 2008.













Zagaria e Iovine

Michele Zagaria detto Capastorta
Gli arresti, le dure condanne e il regime penitenziario del 41 bis hanno indebolito molto le figure di Schiavone e Bidognetti permettendo l'ascesa di due boss già condannati all'ergastolo ma latitanti: Michele Zagaria e Antonio Iovine. Il gruppo di Bidognetti è stato quasi distrutto, soprattutto dopo l'arresto di Giuseppe Setola, allora reggente del gruppo e colpevole della Strage di Castelvolturno dove vennero uccise sette persone a colpi di kalashnikov.

Antonio Iovine detto 'o Ninno
Il clan di Schiavone è stato indebolito ma risulta ancora attivo, lo dimostrano l'arresto di Nicola Schiavone (figlio maggiore di Francesco) avvenuto il 15 giugno 2010 visto come reggente del gruppo e mandante del triplice omicidio di Francesco Buonanno, Giovanni Battista Papa e Modestino Minutolo, seguito dall'arresto di Francesco Barbato o' sbirro considerato a sua volta reggente del clan dopo l'arresto di Nicola.

Giuseppe Setola
L'arresto di Antonio Iovine avvenuto il 17 novembre 2010, fino ad allora uno dei più importanti boss del clan, aveva reso Michele Zagaria la figura di spicco del clan. Tuttavia il 7 dicembre 2011, durante una massiccia perquisizione della Polizia di Stato (attività investigativa del Servizio Centrale Operativo e delle Squadre Mobili di Napoli e Caserta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli) scattata all'alba, è stato anch'egli catturato: il boss, latitante da ben 16 anni, si nascondeva nel sotterraneo di un appartamento del suo paese, Casapesenna, in via Mascagni.

I casalesi, dalle ultime dichiarazioni antimafia, sono considerati la mafia italiana più ricca e potente sotto il profilo economico nel mondo, come la 'ndrangheta nello spaccio di droga


Zone d'influenza

Il clan dei casalesi (anche se si preferisce parlare di Confederazione) opera nella quasi totalità della provincia di Caserta, in particolare nell'agro aversano, in tutta la zona detta dei “mazzoni” (Cancello ed Arnone, Grazzanise e Santa Maria La Fossa) sul litorale domizio facente parte del comune di Castelvolturno compreso il cosiddetto Villaggio Coppola. In realtà i Casalesi detengono il controllo di tutto il territorio dall'area metropolitana di Napoli a nord di Giugliano, arrivando fino al Basso Lazio. Gli interessi economici dei casalesi sono anche a Milano, sebbene da poco tempo; evitando di mettersi in contrasto con Cosa Nostra e 'Ndrangheta, che puntano maggiormente sul traffico di droga, sono riusciti a ritagliarsi uno spazio come imprenditori. A quanto risulta dalle dichiarazioni dell'Antimafia, l'egemonia dei casalesi si sta estendendo anche sul piano degli stupefacenti e sarebbero arrivati a impostare anche i prezzi dei prodotti cinesi.


Zona di Mondragone, Sessa Aurunca, Marcianise-Maddaloni


Per quanto riguarda le altre zone del casertano, va segnalato che in Mondragone, dopo la totale eliminazione del sodalizio facente capo alla famiglia La Torre ed alla scelta di collaborare effettuata dal capo di quel gruppo, si è ricostituito un gruppo criminale che ha recuperato vecchi affiliati di seconda fila. La scarsissima forza del gruppo – e soprattutto l’assenza di una vera rappresentanza esterna – lo rende di fatto ormai assoggettato a quello casalese che è già in grado di gestire in zona le più importanti vicende estorsive. Nella zona di Sessa Aurunca opera il gruppo diretto da Mario Esposito (detenuto in regime ex art. 41 bis ordinamento penitenziario) e da Gaetano Di Lorenzo (arrestato in Spagna dopo una lunga latitanza e solo di recente estradato e sottoposto al regime ex art. 41 bis citato). Anche questo gruppo, conosciuto col nome di "muzzoni", risulta di fatto assoggettato a quello dei casalesi.

Nella zona di Marcianise–Maddaloni, al confine sia con il napoletano sia con il beneventano, opera il Clan Belforte; si tratta di un gruppo – l’unico della zona erede della NCO di Cutolo, ma oggi anch’esso alleato - quantomeno non più contrapposto - con i casalesi.


Attività criminali

Traffico dei rifiuti

Nel 2008 in merito al problema della spazzatura di Napoli, è stato scoperto un grande traffico e smaltimento illegale di rifiuti da parte del clan.


Traffico di armi



Lotta al clan 

La lotta al clan dei casalesi da parte delle forze dell'ordine e della magistratura divenne forte soprattutto dopo la collaborazione di alcuni pentiti che portò al Processo Spartacus nel 1998. Da allora vi sono stati molti sequestri di beni e arresti importanti ma la potenza del clan rimane ancora enorme a causa dei fortissimi legami con la politica (sia locale che nazionale), con l'imprenditoria, con l'industria e infine a causa della mancata collaborazione della popolazione.

Arresti

Il 30 settembre 2008 una maxioperazione porta all'esecuzione di 127 ordini di custodia cautelare (un'ottantina per persone già detenute) e all'arresto di Giuseppina Nappa, moglie di Sandokan. Inoltre sono stati sequestrati beni per 100 milioni di euro e un notevole quantitativo di armi. In sostanza è stato posto agli arresti il gruppo di fuoco del clan formato da: Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia, gruppo che da mesi stava seminando il terrore sul litorale domizio.
L'11 ottobre 2008 vengono arrestate dalla DDA di Napoli 7 persone delle 10 ricercate legate al clan scissionista di Bidognetti e con a capo il latitante Giuseppe Setola sfuggito anche questa volta.[12]
Il 7 novembre 2008 vengono arrestati Davide Granato, 33 anni, e Giuseppe Alluce, il primo uno dei responsabili dell'omicidio del collaboratore di giustizia Stanislao Cantelli, l'altro braccio destro del boss latitante Setola.[13]
Il 21 novembre 2008 viene arrestato Gianluca Bidognetti, figlio di Francesco (detto Cicciotto 'e Mezzanotte), reo di aver partecipato il 31 maggio 2008 a un commando con l'intento di uccidere sua zia e sua cugina.[14]
Il 21 dicembre 2008 viene arrestato Metello Di Bona, 38 anni, stragista del clan dei casalesi.
Il 12 gennaio 2009 fallisce il blitz contro Giuseppe Setola a Trentola-Ducenta. Setola riesce a fuggire attraverso le fogne. Viene invece arrestata e interrogata la moglie del superlatitante, Stefania Martinelli.[15]
Il 14 gennaio 2009 i Carabinieri riescono ad arrestare Giuseppe Setola a Mignano Monte Lungo e a porre fine alla sua latitanza.
Il 30 marzo 2009 vengono arrestate 38 persone appartenenti ai Casalesi tra Napoli, Caserta, Milano, Ferrara eReggio Emilia che gestivano un traffico di droga sul litorale campano da Mondragone (Caserta) fino a Lago Patria, frazione di Giugliano (Napoli).[16]
Il 6 aprile 2009 nell'operazione Medusa vengono arrestate a Modena 5 persone legate al clan dei casalesi che operavano nella zona da più di 20 anni e riconducibili al figlio di Francesco Schiavone. Altri 4 erano già stati arrestati il 9 marzo.[17]
Il 29 aprile 2009 nell'operazione Principe viene arrestato Michele Bidognetti, il fratello del capoclan Francesco Bidognetti detto Cicciotto 'e mezzanotte. Sequestrati beni del valore di 5 milioni di euro.[18]
Il 3 maggio 2009 viene arrestato dagli agenti della Squadra Mobile di Caserta Raffaele Diana, boss dei casalesi, ricercato dal 2004 e inserito nell'elenco dei 30 superlatitanti.[19]
Il 18 maggio 2009 viene arrestato Franco Letizia dagli agenti della Squadra mobile di Caserta a San Cipriano d'Aversa. Letizia, al momento dell'arresto nella lista dei cento latitanti più pericolosi, era considerato il successore di Giuseppe Setola alla guida del clan Bidognetti, fazione del clan dei Casalesi. Insieme a lui sono stati arrestati anche Antonio Diana, proprietario dell’abitazione in cui si trovava Letizia, e Carlo Corvino, entrambi già noti alle forze dell’ordine.[20][21]
Il 15 luglio 2009, in un'operazione anticamorra effettuata dalla Polizia di Stato, vengono arrestate 42 persone appartenenti al clan tra Caserta e Modena, città da tempo succursale del sodalizio criminale, attivo nella città emiliana con il racket delle estorsioni e il gioco d'azzardo. Nell'operazione vengono arrestate anche la moglie e la figlia di Raffaele Diana, capozona di Modena catturato il 3 maggio 2009.[22]
Il 13 agosto 2009 la squadra mobile di Casal di Principe fa irruzione durante un summit di camorra che porta all'arresto di 9 persone più il super latitante Maccariello Raffaele, condannato all'ergastolo per essersi reso responsabile di efferati omicidi.
Il 18 marzo 2010 il gruppo di investigazione sulla criminalità organizzata del Nucleo di polizia tributaria di Bologna emette 20 ordinanze di custodia cautelare per altrettanti affiliati del clan camorristico dei Casalesi dislocati tra Modena, Mantova, Napoli e Caserta. Confiscati valori mobili ed immobili illecitamente accumulati per un valore complessivo di almeno 6 milioni di euro.
Il 30 marzo 2010 Carmine Zagaria e Nicola Zagaria, rispettivamente fratello e padre del boss latitante Michele Zagaria, sono stati arrestati nel corso di un'operazione che ha portato a 16 ordinanze di custodia cautelare e al sequestro di beni per circa 30 milioni di euro. Carmine è stato scarcerato il 22 aprile 2010, probabilmente per mancanza di gravi indizi di colpevolezza, mentre Nicola, riconosciuto colpevole di estorsioni è agli arresti domiciliari per la sua età. Carmine è stato successivamente riarrestato.[23][24]
Il 14 aprile 2010 viene catturato Nicola Panaro, numero 3 del clan dei casalesi, ricercato dal 2003, ed inserito nell'elenco dei 30 latitanti più pericolosi.
Il 12 luglio 2010, su richiesta della DDA di Napoli, vengono arrestate 17 persone con l'accusa di estorsione, turbativa d'asta, associazione camorristica, e sequestrati beni per un miliardo di euro. Tra gli arrestati l'ex consigliere regionale dell'UDEUR Nicola Ferraro, accusato di essersi accordato col clan nella doppia veste di imprenditore nel settore dei rifiuti e di politico, allo scopo di ottenere vantaggi per l'affermazione delle proprie aziende e di ottenere voti, fornendo in cambio appoggio al clan insieme al fratello Luigi, per agevolare l'attribuzione di risorse pubbliche attraverso l'aggiudicazione di appalti ad imprese compiacenti, nonché per favorire il controllo da parte del clan dello strategico settore economico dello smaltimento dei rifiuti. Nella stessa operazione risultano indagati anche il superlatitante Antonio Iovine, Nicola Schiavone (figlio del boss Francesco "Sandokan" Schiavone) e il prefetto di Frosinone Paolino Maddaloni.
Il 4 novembre 2010 vengono arrestati cinque esponenti dei casalesi appartenenti al gruppo di Francesco Schiavone accusati dell'omicidio di Raffaele Lubrano perpetrato nel novembre 2002. La causa dell'omicidio nasceva dalla volontà del clan Lubrano di rendersi autonomo dai casalesi.[25]
Il 17 novembre 2010 viene arrestato a Casal di Principe il boss Antonio Iovine, detto "O' ninno", già condannato all'ergastolo nel 2008 e latitante da 14 anni[26].
Il 23 novembre 2010 la DIA e il NIC arrestano due vigili di Casal di Principe (Mario De Falco, fratello del defunto boss Vincenzo e Stanislao Iaiunese) ed eseguono altri due provvedimenti di custodia cautelare nei confronti di Gianluca e Michele Bidognetti (già reclusi) per violazione del regime carcerario 41 bis.[27][28]
Il 25 novembre 2010 viene arrestato Nicola Della Corte con l'accusa di essere il killer di Giovanni Battista Papa, Modestino Minutolo e Francesco Buonanno, uccisi l'8 maggio 2009 su ordine di Nicola Schiavone.[29]
Il 20 dicembre 2010 viene arrestato Sigismondo Di Puorto (38 anni), latitante da nove mesi, considerato il reggente del clan Schiavone. Accusato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata.[30]
Il 21 dicembre 2010 vengono arrestati otto presunti affiliati dei casalesi per tentate estorsioni nei confronti di imprenditori e commercianti.[31]
L'11 gennaio 2011 viene arrestato, con l'accusa di associazione mafiosa, Mario Iavarazzo, considerato il reggente del clan Schiavone e il gestore della cassa del clan.[32] Il 13 gennaio 2011 Iavarazzo viene scarcerato dal GIP per insufficienza di elementi di prova.[33]
Il 29 marzo 2011 viene arrestato a Santa Maria Capua Vetere Carmine Morelli, l'ultimo degli accusati del triplice omicidio di Giovanni Battista Papa, Modestino Minutolo e Francesco Buonanno ad essere latitante. Insieme a Morelli sono state arrestate altre quattro persone per favoreggiamento.[34]
Il 14 aprile 2011 vengono arrestate nel corso di una maxioperazione in cinque regioni italiane (Veneto, Lombardia,Sardegna, Campania e Puglia) 29 persone riconducibili ai casalesi. Il gruppo aveva la propria sede principale in Veneto. Gli arrestati sono accusati di estorsione verso centinaia di ditte, usura aggravata, associazione mafiosa.[35]
Il 2 maggio 2011 viene arrestato a Casal di Principe Mario Caterino, condannato all'ergastolo nel processo Spartacus e latitante da 3 anni.
Il 7 dicembre 2011 viene catturato a Casapesenna Michele Zagaria, reggente della cosca e latitante da 16 anni.
Il 27 gennaio 2012 vengono arrestate 6 persone in un'operazione eseguita dalla Squadra Mobile di Caserta e dallaDia di Roma e coordinata dalla Dda di Napoli, tutte appartenenti sia al clan dei casalesi, nello specifico la fazione facente capo al gruppo Schiavone, sia a Cosa Nostra. L'operazione si basa su indagini riguardanti un'alleanza tra camorra e mafia per prendere il monopolio nel settore dei trasporti nel Mezzogiorno. Tra i destinatari delle misure cautelari vi sono Nicola Schiavone, figlio di Sandokan, e anche Gaetano Riina fratello del "Capo dei Capi" Totò.
Il 10 febbraio 2012 viene arrestato il sindaco in carica del comune di Casapesenna, Fortunato Zagaria, omonimo ma non parente del boss della camorra. Accusato, secondo le indagini della Dda di Napoli, di concorso esterno in associazione camorristica, in particolare come uomo di fiducia di Michele Zagaria, di violenza privata nei confronti del precedente sindaco del Comune casertano, Giovanni Zara.
Il 4 giugno 2012 viene arrestato Tancredi Marco Fazzi,21 anni,lesattore affiliato Toscano.Un rappresentante perfetto per seguire i “clienti” e sollecitarne la puntualità dei pagamenti, ma anche pronto a cercarne di nuovi per ampliare il business alimentato dai soldi prestati a tassi usurari.
Sequestri di beni [modifica]
L'8 aprile 2010 vengono sequestrati beni per oltre 700 milioni di euro, tra cui l'ex zuccherificio Ipam, e l'azienda agricola la Balzana (ex Cirio), appartenevano a Dante Passarelli, imprenditore organico al clan, deceduto in circostanze misteriose nel 2004. Gli inquirenti ipotizzano che il valore dei beni sequestrati ammonti a 2 miliardi di euro, quindi si tratterebbe del più grande sequestro di beni, nella lotta alle organizzazioni mafiose.
Il 10 Luglio 2010, viene sequestrata al clan la società Country Club, intestata ad un prestanome del boss dell'ala stragista del clan Giuseppe Setola, per un valore di 15 milioni di euro, nonché viene sottoposto a sequestrato preventivo il Lago D'Averno di cui non viene calcolato il valore economico essendo un luogo naturale, specchio d'acqua tra i più suggestivi del mondo, ricco di importanti siti storici, narrato da Virgilio, e Dante.
Il 25 marzo 2010 vengono sequestrati beni tra Caserta e Modena per un valore complessivo di 50 milioni di euro agli Schiavone, gruppo affiliato dei Casalesi guidato da Francesco Schiavone.[36]
Il 14 luglio 2009 la Dia di Napoli sequestra al clan beni per oltre 50 milioni di euro, intestati a 30 prestanomi ricollegabili a 5 persone, per le quali vengono emessi dei provvedimenti restrittivi.
Il 4 dicembre 2009, vengono sequestrati ad affiliati, e prestanomi, nelle province di Massa-Carrara, Parma eCremona, beni per 20 milioni di euro.
Il 24 gennaio 2010, la Polizia di Caserta sequestra beni per tre milioni di euro riconducibili a Vincenzo Ucciero, elemento di spicco dei casalesi nella zona di Villa Literno.[37]
Il 15 marzo 2011 la DIA sequestra nel basso Lazio beni per 100 milioni di euro.[38]
Il 6 aprile 2011 vengono sequestrati beni per 13 milioni di euro nel padovano. I beni erano legati ad un imprenditore casertano ma intestati ad un imprenditore veneto collegato ai casalesi e allo smaltimento dei rifiuti tossici. Tra i beni sequestrati anche una villa a Sperlonga.[39]
Il 7 febbraio 2012 vengono sequestrati beni per 4 milioni di euro a carico dei fratelli Roma, imprenditori implicati in affari riguardanti il traffico illegale di rifiuti, coadiuvati con il gruppo del clan facente capo alla famiglia Bidognetti.

I Casalesi all'estero

All'estero conducono attività illecite in Polonia, Ungheria, Bulgaria, Germania, Regno Unito, Romania, in Spagna, sono molto forti su immobili, aziende agricole, alberghi, ville, negozi di lusso e tanto traffico di droga. Santo Domingo,Venezuela e Kenya sono presenti nello smaltimento internazionale dei rifiuti tossici e nocivi delle industrie del nord. A New York sono implicati in attività illecite correlate alla ricostruzione delle Torri Gemelle. In Svizzera riciclaggio di soldi e acquisto di banche, così come in Scozia, Cina e a
Francoforte; puntano in borsa in Portogallo, Brasile, Francia, Ungheria


I casalesi e le altre organizzazioni criminali

Il clan dei casalesi ha rapporti con l'Ndrangheta, Cosa Nostra, la mafia albanese, nigeriana, colombiana e serba.
Rapporti con Cosa nostra

I rapporti tra casalesi e Cosa nostra sono antichi, risalgono alle origini del clan; Antonio Bardellino, boss storico dei casalesi, era affiliato a Cosa nostra e aveva legami molto stretti con i capi palermitani rivali dei corleonesi, Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate.

Il capomafia latitante Matteo Messina Denaro, insieme ad altri boss corleonesi, ha avviato affari con il clan dei Casalesi. Il dato emerge da indagini avviate da tre procure antimafia: Palermo, Roma e Napoli. Le indagini degli inquirenti avrebbero individuato i legami tra il capomafia trapanese, ricercato da 15 anni e condannato per le stragi del 1993, il clan camorristico dei Casalesi e altre organizzazioni criminali romane.


Vittime Innocenti


Nel corso della sua storia, il clan dei casalesi ha prodotto diverse vittime, alcune delle quali molto note, uccise talvolta con modalità estremanente violente.

L'elenco è incompleto

Mena Morlando
muore a 25 anni in Giugliano in Campania il 17 dicembre 1980, utilizzata come scudo per salvarsi da un attentato l'allora nascente boss Francesco Bidognetti
Salvatore Nuvoletta, carabiniere, ucciso a Marano di Napoli il 2 luglio 1982 perché venne considerato uno dei responsabili della morte di un affiliato avvenuta durante uno scontro a fuoco, in realtà Nuvoletta non partecipò all'operazione.
Strage di Pescopagano: avvenuta il 24 aprile 1990 a Mondragone, si contarono 5 morti e 7 feriti
Antonio Magliulo: venne ucciso nel 1994 perché corteggiava la parente di un boss. Venne sequestrato, portato su una spiaggia, legato ad una sedia e gli fu ficcata della sabbia in gola fino alla morte.
Don Giuseppe Diana: ucciso nel 1994 a colpi di arma da fuoco per il suo impegno contro la camorra.
Genovese Pagliuca: venticinquenne ucciso il 19 gennaio 1995 perché alla ricerca della sua ragazza, rapita da Angela Barra (amante del boss Francesco Bidognetti e capozona di teverola) il quale si era invaghita di lei così tenendola prigioniera e vittima di stupri
Francesco Salvo: cameriere, morì nel 1997 all'interno del bar Tropical di Ischitella, bruciato vivo. Il gestore aveva rifiutato, di installare all'interno dell'esercizio alcuni video-poker commissionati dalla famiglia Cantiello in quel periodo contrapposta ai Bidognetti.
Federico Del Prete, sindacalista, venne ucciso perché si era ribellato alla logica delle estorsioni.
Umberto Bidognetti: zio di Francesco Bidognetti e padre del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti, venne ucciso all'alba del 2 maggio 2008 a Castelvolturno con dodici colpi di pistola.
Domenico Noviello: ucciso con venti colpi di pistola il 16 maggio 2008; titolare di una scuola guida venne eliminato per aver denunciato nel 2001 3 esponenti dei casalesi.
Strage di Castelvolturno: perpetrata il 18 settembre 2008, vennero uccisi 6 immigrati a Castelvolturno e Antonio Celiento, titolare di una sala giochi, a Baia Verde.
Stanislao Cantelli viene ucciso il 5 ottobre 2008, zio dei collaboratori di giustizia Luigi e Alfonso Diana.
Lorenzo Riccio: ragioniere di una ditta di pompe funebri, venne ucciso il 2 ottobre 2008


Collaboratori di giustizia

Seconda Parte

Terza Parte